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Tiriamo il Calcio Monza fuori dal guano

Studio Associato MSC - Treviso

Gigi Maggioni

Nello spareggio di Bergamo contro il Como, Gigi Maggioni segna il gol che ci riporta in B. E’ il 4 giugno del 1967. Un’altra epoca, un altro Monza

Al vecchio Sada mi portava, fin da piccolo, il mio caro babbo quando era di servizio. Erano gli anni d’oro di Gigi Radice che col suo Monza faceva faville. In campo c’era gente come Sala, Castellini e Gigi Maggioni (quello che il 4 giugno del ’67 con un benedetto piattone di riportò in B). I miei ricordi annebbiati mi riportano ad una delle punizioni “bomba” del mitico Claudio, finita di poco a lato della porta avversaria, un siluro dritto sullo sgabellino dello storico fotografo Valtorta che volò via con la macchina fotografica per aria tra l’ilarità generale. Altri tempi, altro Monza, altre storie.

Una decina di anni dopo, era più o meno il ’78, iniziai ad imbrattar colonne sportive per l’allora Eco di Monza e della Brianza, diretto da Brizio Pignacca, che un giorno – bontà sua – mi propose di seguirlo allo stadio. Fu l’inizio. Per me, giovane appassionato, si avverava un sogno. Pensate un pò: scrivere del Calcio Monza. Guarda te! Lì incontrai colleghi esperti come Lino Rocca, Enrico Camesasca, Angelo Corbetta, Giancarlo Besana (lo zio Bes) e una domenica mi capitò pure di finire seduto vicino a Gianni Brera, che m’intossicò per quasi due ore col suo malefico sigaro. Da quei giorni scrissi centinaia di articoli e la soddisfazione massima l’ebbi quando fui chiamato da “il Giornale”, diretto dal Maestro dei Maestri giornalisti, Indro Montanelli. Il calcio Monza allora faceva ancora notizia e aveva il suo regolare spazio in pagina, sia sulla Rosea che sugli altri quotidiani. Altri tempi, altro Monza, altre storie.

Negli spogliatoi, a fine gara, noi giornalisti avevamo anche il piglio per attaccar bottone con gli appassionati presidenti Giovanni Cappelletti prima e Valentino Giambelli poi; e pure col suo vice, tale geometra Galliani. Non gli risparmiavamo critiche, accusandoli, forse ingiustamente, di non investire abbastanza per portare il Monza al grande salto. Eppure i biancorossi avevano sfiorato per ben tre volte la serie A tra il ’76 e il ’79 con i vari Terraneo, Silva, Buriani ,Tosetto, Braida, Penzo e navigavano sempre nella dignità societaria, economica e sportiva. Avevamo un vivaio d’eccellenza capace di sfornare campioncini del calibro di Monelli, Massaro, Colombo. Altri tempi, altro Monza, altre storie.

Più avanti, verso la fine degli Anni 80, con il nuovo stadio Brianteo, ho vissuto altri momenti belli. Con Casiraghi, Stroppa, Saini, e in panchina Pierino Frosio. Poi pian piano l’oblìo, tra alti e bassi, dalla serie C alla serie B, tirata sempre per i capelli. Fin quando Giambelli non si è definitivamente stancato e ha ceduto il passo nel ’99.

Mi ritrovai improvvisamente nel cuore della società, nel ruolo di addetto stampa. Quel ruolo che avevo sfiorato proprio a fine Anni 80 quando alla direzione generale c’era Beppe Marotta, che mi aveva affidato la conduzione del neonato “Brianteo”, la periodica testata della società dedicata ai tifosi alla quale collaboravano tanti colleghi.

Era il ’99 e lavoravo al fianco del direttore Salvatore Fiore e del nuovo presidente friulano Pierino Fazzolari, re delle sedie, uomo onesto, genuinamente appassionato di pallone. Per me quella fu l’ultima stagione dignitosa del Monza, prima dei fallimenti societari, prima dell’avvento di gente come Belcolle e D’Evant. Nel 2000, con “Dustin” Antonelli in panchina, portammo a casa una salvezza grandiosa con ben dieci vittorie nel girone di ritorno. La stagione dopo Fazzolari, scappò via, rimettendoci pure dei soldi, e non pochi, da quanto mi risulta. A metà novembre, al termine di un Monza-Piacenza finito con una sconfitta, venne aspramente contestato mentre era in tribuna con moglie e figlia. Volarono parole grosse e la fanciulla, rivolgendosi al padre domandò perché veniva insultato. Non vi era logica risposta. Non vi era un vero perché. Forse perché i monzesi non sono mai contenti. Perché Monza non si rendeva conto che perso Fazzolari sarebbe arrivata l’onda nera. Perché non veniva accettata l’idea che il Monza, al massimo poteva avere una dignitosa sopravvivenza nella serie cadetta. Perché il Calcio Monza, ad eccezione di Cappelletti e Giambelli, non era mai stato espressione della sana imprenditoria locale. Tant’è che poi sono arrivati gli anni bui, con la sola eccezione di qualche stagione decente governata dal “clan” bergamasco dell’onesto presidente Begnini.

A guardare bene ciò che accaduto in questi ultimi anni, gli pseudo i tifosi che allora contestarono rozzamente Fazzolari dovrebbero oggi sciacquarsi la bocca, così pure qualche collega dovrebbe andare a rileggersi certi nefasti articoli. Per la serie – cari miei – il peggio deve sempre arrivare! E caspita se è arrivato, puntuale come un orologio svizzero.

Oggi siamo salvi, con onore, sul campo, ma falliti per l’ennesima volta. Chapeau! ai ragazzi biancorossi, ma soprattutto al mister Fulvio Pea, un uomo tutto d’un pezzo, che si è retto a baluardo dello spogliatoio, finendo per diventare il faro dell’intera disastrata società.

Ho sofferto come una bestia in questa stagione ripromettendomi di non andare mai allo stadio per non incazzarmi davvero. Mi chiedevo com’era possibile che la storia gloriosa del Monza finisse nelle mani di avventurieri senza scrupoli, gente disposta a vendere e a vendersi. Gente che ha acquisito la società versando un sol euro e non pagando mai un beato. Personaggi in mezzo al malaffare. Questo è il calcio? Ma dove siamo finiti? Mi son chiesto più volte guardando amici cari tornare a casa dallo stadio neri come il carbone, afflitti e sconsolati. Impotenti davanti a una fine scontata.

Se questo è il calcio allora è meglio rimanere falliti e chiudere definitivamente bottega. Monza e la sua storia calcistica non meritano questo. Meglio vivere di ricordi che navigare in questo guano. E allora, per quel che può valere, da queste modestissime colonne, faccio ancora appello alla sana imprenditoria locale e non, che pure esiste, e che forse può ancora salvarci dalla cloaca. Siamo in mano a due curatori fallimentari, baldi e pieni di buone speranze. Ci affidiamo a loro per chiudere il pregresso e aprire un capitolo nuovo. Senza soldi però non si cantano Messe e quindi dovrà saltar fuori qualcuno che abbia più di un euro in tasca e anche qualcos’altro da mettere sul piatto per rilevare e far funzionare la società fallita, altrimenti siamo punto e a capo. Da tifoso indefesso (più fesso che inde) ci spero ancora. Forse faccio male. Mi piace assai l’idea di una ipotetica cordata Colombo-Giambelli, nuova generazione. Allora feci il tifo e scrissi per l’accoppiata Felice-Valentino. 

Intanto dico sinceramente grazie a Pea, che purtroppo non ho personalmente conosciuto, e ai ragazzi biancorossi, con sincera stima per quello che hanno saputo fare nel momento più oscuro della storia calcistica monzese. Senza essere pagati, mettendoci del proprio e buttando il cuore oltre l’ostacolo. Monza con loro ha saputo dare una lezione, dimostrando che il pallone può ancora raccontare storie pulite, quasi epiche. M’inchino. I tifosi monzesi non lo dimenticheranno mai.

Carlo Gaeta

 

 

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