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Italia del calcio e Paese Italia, siamo nel tunnel e non vediamo la luce

Studio Associato MSC - Treviso

Nazionale maglia con scudetto

Anche botta fredda l’eliminazione della nostra Nazionale dai campionati del Mondo di Russia, può essere considerata una sorta di Caporetto calcistica, senza paragoni fuori luogo con quello che accadde di veramente tragico 100 anni fa nella Grande Guerra. Eviterei pertanto di parlare di “catastrofe” come molti media hanno fatto.

La sconfitta contro la Svezia però pesa ancora e peserà per lungo tempo, non solo dal punto di vista sportivo, ma anche per quello sociale, se consideriamo tutto l’indotto che viene generato nel corso di questa manifestazione, tra bar, ritrovi, pub ecc. che dovranno forzatamente rinunciare alle serate mondiali. A tutto questo, che pure ha un notevole significato economico, si aggiunge il danno d’immagine generale di un Paese già ripiegato su se stesso. Ma non vorrei addentrarmi in considerazioni sociali e sociologiche che sono fuori dalle mie competenze.

Voglio essere il più distaccato possibile dagli eventi, pur essendo chiaramente tifoso della Nazionale e appassionato di calcio e di sport in generale.

La mia posizione (in tutti i sensi) la conoscente e proprio da questa continuo ad osservare tutte le realtà con occhi diversi, disincantati e stupiti, all’occorrenza. Lo stupore in questo caso non è solo quello della sconfitta, ma di tutto ciò che ci sta dietro e sta pian piano emergendo. Con responsabilità che vanno equamente distribuite e fanno capo certamente ad una programmazione che è mancata totalmente. Se è vero com’è vero che dal 2006 (anno dalla nostra ultima vittoria mondiale) in poi si sono verificati solo disastri, l’ultimo dei quali certamente il più grave ed eclatante.

Tutti d’accordo sul primo responsabile: Gian Piero Ventura, il selezionatore, che certamente avrebbe potuto fare di meglio, per scelte tecniche e per gioco. L’hanno cacciato e quindi si riparte da un’altro. Chi? Poco conta, basta che sia all’altezza del suo compito.

Secondo (o primo, fate voi) responsabile: il presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio, che pure aveva imbroccato la scelta di Conte. Federazione da commissariare? Chi al suo posto? Uno che capisca di calcio, che sia stato sul campo.

Responsabili certi: i giocatori! Sono loro che scendono in campo e il loro lavoro è quello di centrare la porta. Non sono riusciti a farlo. In due partite una Nazionale come l’Italia deve pur battere una Svezia povera di contenuti tecnici. Se ci fosse stato Ibra cosa sarebbe accaduto? E poi cosa sarebbe accaduto se ci fossimo qualificati con questa squadra? Cosa sarebbe cambiato?

E adesso? Occorre ripartire da zero. Con una strategia diversa, idee nuove e un nuovo approccio soprattutto verso i settori giovanili.

Per formare giovani talentuosi bisogna partire dal basso, dalle prime leve. Quindi dagli allenatori che devono essere bravi e preparati per scoprire giovani. Siamo tutti convinti che i talenti da noi  esistono, magari in qualche remoto campetto di periferia, ma occorre scoprirli e valorizzarli con opportuna formazione, anche dal punto di vista umano.

Si è detto molto sulla presenza di tanti stranieri nei nostri campionati. Siamo d’accordo, ma nel contempo è anche giusto dire che i nostri giovani non amano più il sacrificio e la fatica, non solo sul campo. Non a caso anche in altri sport, come l’atletica leggera, non siamo poi messi così bene. Facile pensare di essere bravi, sognare una bella carriera con soldi e belle compagnie; più difficile allenarsi con continuità per migliorarsi e raggiungere sempre gli obiettivi. Pensiamo a personaggi come Cristiano Ronaldo. Guadagna un “pozzo” di euro, ma quanti sacrifici ha fatto per arrivare dov’è, talento a parte?

Quindi alla base ci sta anche l’approccio educativo dei nostri ragazzi e delle loro famiglie. Come ha detto più di qualcuno sarebbe meglio che i genitori stessero lontani dai campi quando giocano i loro figli. Basta assistere ad una partita in un qualsiasi campo d’oratorio per rendersi conto di quanto deleteri sono i comportamenti dei familiari, che pensano tutti di avere in casa un Maradona. E quasi sempre non è così. Nel nostro sport si sta verificando la stessa storia che accade a scuola: sul campo l’allenatore non capisce niente se lascia il ragazzo in panchina, a scuola l’insegnante è un incompetente se dà un brutto voto all’alunno. Insomma, qualcosa non funziona nel meccanismo educativo di questa moderna società. Mi viene da dire che sono tutti un po’ “disabili”!. e se lo dico io…. anche perché la disabilità vera è quella mia quotidiana. Mi preoccupano di più talune disabilità non fisiche, che non è facile ammettere, perché meno evidenti della mia, ma spesso più deleterie per il risultato.

D’altra parte ci sono invece genitori che hanno magari in casa un buon talento ma preferiscono toglierlo dal campo, obbligandolo ad uno studio che spesso non da i risultati sperati perché manca di fondo la gratificazione di fare qualcosa che realmente piace e appassiona. Magari pure guadagnando di più in carriera. Senza illusioni, ma con sano realismo.

Insomma, la rifondazione del nostro calcio deve partire dal basso, dalle periferie, dalle piccole società che vanno aiutate in questa selezione, per far crescere i giovani e scoprire talenti.Va cambiato l’approccio dei nostri ragazzi e della famiglia allo sport e ai valori essenziali e veri della vita. Sport è passione, voglia di fare, impegno, applicazione, determinazione, formazione, lavoro, sacrificio, etica e rispetto degli altri e delle regole. Tutto questo non vale solo sul campo.

Guardandomi in giro non mi pare proprio che questo oggi accade nella nostra società. Se lo sport fotografa in buona parte la realtà di un Paese, non stiamo messi affatto bene. E non perché non siamo andati ai Mondiali, che pure è una bella delusione, ma per tutto ciò che c’è dietro. Chiediamoci dove sta l’Italia, non quella calcistica.

Federico Malchiodi 

federico malchiodi

 

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