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Enzo Sala, addio al re del granito e dei colori fantastici

Studio Associato MSC - Treviso

Oggi quel giardino incantato da racconto fantasy, pieno di colori e di visioni fiabesche, rimane tristemente vuoto. Il re del granito si è d’un tratto sgretolato. Enzo Sala se n’è andato dopo una breve ma inesorabile malattia e una vita intensamente vissuta, lasciando indelebile il ricordo di un uomo pieno di vitalità, di ricchezza interiore. Simpatico a pelle, visionario nell’anima, con una filosofia di vita tutta da imitare, potendo. Ha vissuto novanta primavere esatte, eppure sembrano niente per chi ha avuto modo di conoscerlo e di viverlo almeno una volta. Perché era un vero e proprio vulcano di idee e di inventiva. Sempre in eruzione. Sempre in movimento. Sempre pronto a raccontarti una nuova storia. A inventarsi qualcosa. A colorare il suo mondo con un pizzico di sana follia e di estro artistico.

Lì dove un tempo c’era il vecchio Tiro a Segno, al fianco della sua villetta, dove il granito è pietra sovrana, Enzo Sala aveva creato il suo piccolo-grande regno fantastico, rilevando all’asta dal Demanio l’antico Tiro a Segno. Così ha dato vita a La Fazenda, che non è una vera e propria fattoria e neppure una piantagione di caffè. In Brianza il clima per certe colture è ostile, eppure ad Usmate Enzo Sala è stato capace di portarci il sole, i colori, la vita. Soprattutto una sua personalissima interpretazione dell’arte, con un certo anticonformismo e qualche provocazione soprattutto nei voluti accostamenti tra il Classico e il Kitsch, per amore di trasformismo e necessità di andare sempre oltre il grigiore.

Non c’era giorno che non passava ore in quella sorta di strano labirinto tra piante, fiori, statue, animali finti tridimensionali che a volte paiono fin troppo veri. Inquietanti, quasi, se ci fai un giro la notte con la luna piena e la nebbiolina che sale. 

Lui, figlio di Pietro, un artigiano scalpellino che mai si era definito scultore pur avendone le doti, aveva dato vita insieme al fratello Agostino alla Sala Monumenti, ancora operativa con tanto di scritta in bella evidenza su viale Rimembranze, nei pressi del cimitero di Usmate, a lato della grande rotonda poco prima di immettersi nella tangenziale Est.    

Da Cinisello Balsamo, dove era aperta dal 1925, l’attività nel 1964 è stata spostata ad Usmate su un terreno allora libero. Da lì è cresciuta e si è sviluppata “senza alcuna azione di marketing definita – dice oggi Agostino Sala – grazie alla nostra qualità e soprattutto al passa parola”. E poi si sa che la vita è una parabola che purtroppo finisce. Così com’è finita ieri quella del granitico Enzo; e un monumento funerario è sicuramente il miglior modo per “onorare e ricordare chi ci ha preceduti”. Proprio così recita lo slogan della premiata ditta conosciuta non solo in Brianza.  

Enzo Sala aveva girato mezzo mondo proprio per andare a scovare preziosi graniti e pietre naturali con i quali aveva dato vita a monumenti e sculture uniche, oltre ad impreziosire la sua villetta e quelle dei tre figli, Antonella, Patrizia e Walter. Tutte case con nomi particolari, da Las Vegas a Las Palmas, a La Salinas, che oggi è un gradevole B&B, proprio al fianco de La Fazenda. 

Una volta raggiunta la meritata pensione e ceduta l’attività al fratello e ai nipoti, si era dedicato in modo quasi maniacale al suo giardino incantato. Forse anche per non abbandonarsi al dolore per la perdita dell’amata moglie Clelia avvenuta nel 2005. Qualche settimana fa, per arricchire quell’insolito parco tematico, aveva ordinato l’ennesimo branco di maialini finti che avrebbe poi colorato personalmente per creare un altro episodio di quell’incredibile novella che aveva saputo scrivere nel tempo. Con una lucida serialità, inimitabile fantasia, vivacità e stravaganza.  

E’ risaputo che i colori, non solo nell’arte, hanno significati psicologici. Teorie e simbologie s’intrecciano. Ebbene, La Fazenda è la sintesi perfetta della indefinita ed indefinibile filosofia di Enzo Sala, da un lato con le opere funerarie in stile classico, belle ma pur sempre abbellimenti per tombe, dall’altro con la cromaticità quasi fanciullesca, fantastica e fantasmagorica di quel suo parco privatissimo nel quale gli elementi si alternano senza alcuna regola apparente dando vita ad un intreccio che trova una logica nella sintesi dell’umana esistenza.

Se un Paradiso esiste per lui, e forse pure per noi, ce lo immaginiamo così.

Carlo Gaeta

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