Arte e Cultura

Al Louvre arriva il libro-ricerca di una prof. monzese

Studio Associato MSC - Treviso

Leonardo Elisabetta SangalliQuella di ieri, 31 maggio, è stata certamente una giornata da ricordare per la professoressa monzese Elisabetta Sangalli, laureata in storia dell’arte e restauro, insegnante al liceo, ricercatrice, autrice dell’interessante pubblicazione  “Leonardo e le dodici pietre del Paradiso” che presto arriverà al Museo del Louvre a Parigi. Proprio ieri è stato confermato il primo ordine di copie del libro che verrà esposto nel bookshop del più grande museo del mondo.

Per Elisabetta una grande soddisfazione e un po’ di orgoglio anche per questa Brianza capace ancora di esportare i propri talenti all’estero. “E’ una grandissima emozione – dice la professoressa che oggi risiede a Villasanta – e una gran bella soddisfazione. Vedere premiato il proprio lavoro non ha prezzo. Tra qualche giorno saremo nella libreria del Louvre, il che è tutto dire!”. 

La pubblicazione, presentata ufficialmente il primo dicembre scorso, si riporta all’ultimo restauro del dipinto dell’Ultima Cena ha messo in luce le pietre preziose dipinte da Leonardo sulle vesti di Gesù e degli Apostoli. Perché Leonardo le dipinse e qual’era il messaggio che voleva comunicare? Per la prima volta uno studio coinvolgente ha affrontato con serietà il significato delle pietre-gioiello dipinte nel Cenacolo Vinciano, prendendo in considerazione diversi elementi, dalle usanze degli antichi Egizi, alla tradizione ebraica; dagli scritti medioevali, all’intenso clima spirituale che fornì all’artista il repertorio delle pietre preziose.

Il testo propone un viaggio affascinante nel mondo della gemmologia antica e del significato delle dodici pietre, indagate in riferimento alle Sacre Scritture, con particolare riferimento ai libri dell’Esodo e dell’Apocalisse. L’autrice ci propone un itinerario attorno al significato delle gemme preziose, un’iconografia ricca di spiritualità e dall’intenso contenuto teologico.

Le pietre preziose dipinte da Leonardo nell’Ultima Cena erano ben note a tutti i popoli dell’antichità. Nelle civiltà antiche, e assai prima di Cristo, ogni pietra era considerata preziosa, e ad esse erano associati significati religiosi e astrali ben precisi.

Elisabetta Sangalli

Elisabetta Sangalli

“Ancora nel Medioevo Ildegarda di Bingen”, racconta l’autrice, “Riteneva ad esempio che lo smeraldo si sviluppasse la mattina, quando la vegetazione si risveglia, e attribuiva alla pietra virtù mistiche e terapeutiche del tutto singolari”. Anche per via delle pietre dipinte da Leonardo, il Capolavoro vinciano si presenta pertanto come un’opera complessa, ricca di una simbologia che riuscì a conciliare sia i padri domenicani, che il Maestro di Vinci, un artista dalla personalità complessa, e poco incline ai condizionamenti culturali.

Per la sua celebrità e della sua magnificenza, l’Ultima Cena di Santa Maria delle Grazie è stata riprodotta nel corso dei secoli, inizialmente dagli allievi di Leonardo, e in seguito da artisti che con il cavalletto sostavano nel refettorio domenicano per copiare ‘dal vivo’ l’opera.

“La maggior parte delle copie sono state realizzate in grandezza di poco inferiore a quella dell’originale direttamente da artisti di Scuola leonardesca, e quindi pochi anni dopo la conclusione dell’Ultima Cena milanese. Si tratta di dipinti risalenti ai primi decenni del Cinquecento” – spiega Elisabetta Sangalli. “Ma anche in seguito, altri artisti riprodussero il dipinto originale: non si contano le copie sparse nel mondo, sono moltissime”.

“Il confronto con le copie è stato fondamentale per ricostruire quanto nel Cenacolo non è più visibile – riprende l’autrice. La tecnica mista adottata dall’artista – olio misto a tempera, su doppio strato di intonaco – non ha consentito la conservazione del dipinto, giunto a noi estremamente frammentato. Tutatvia, il confronto diretto tra una copia e l’originale, o tra le stesse copie, mi ha permesso di ipotizzare e di ricostruire quelle gemme che nel Cenacolo di Leonardo sono andate perdute per sempre. Le copie dipinte dagli allievi permettono di farci un’idea di come apparisse l’Ultima Cena dipinta da Leonardo”.

Il libro affronta anche l’impiego delle pietre-castone e ipotizza le fonti dalle quali Leonardo trasse i preziosi dettagli. “Sappiamo che Leonardo conosceva bene le pietre – continua Elisabetta Sangalli – e d’altra parte, si era formato alla scuola di Andrea Verrocchio, il quale, come molti altri artisti del suo tempo, nella sua bottega a Firenze praticava anche l’oreficeria. In seguito, presso la corte sforzesca, stimolato dall’ambiente favorevole e dalla continua richiesta di gemme impiegate soprattutto nell’abbigliamento da dame e cavalieri, Leonardo si era applicato nella formulazione di ricette per la preparazione di gemme sintetiche. Apprezzava soprattutto il diaspro, e amava indossare anelli con diaspri incastonati. Leonardo prima a Firenze, e in seguito a Milano, aveva respirato questo clima culturale”.      Il testo esamina quindi un’iconografia inesplorata e poco conosciuta, offrendo un continuo confronto tra arte e fede, tra pietra e significato biblico, tra la cultura rinascimentale e l’ambito conventuale domenicano, che senz’altro dovette essere assai esigente riguardo alla simbologia del dipinto.

Il post con il quale Elisabetta Sangalli ha esternato tutta la sua grande gioia per l'arrivo del suo libro nel bookshop del Louvre

Il post con il quale Elisabetta Sangalli ha esternato tutta la sua grande gioia per l’arrivo del suo libro nel bookshop del Louvre

“Dipingendo queste pietre, se da una parte Leonardo mise senz’altro attenzione alle Sacre Scritture, dall’altra dimostrò di proporre un’interpretazione singolare, sia pur in linea con l’ambito religioso che doveva accogliere il dipinto. L’artista propose quindi una propria “mistica delle pietre”, associate ad ogni personaggio anche in base alla personalità e alle virtù proprie di ciascuno. In fondo, l’Ultima Cena, che noi oggi visitiamo come un qualsiasi altro dipinto, era un’opera destinata esclusivamente al refettorio del convento domenicano, l’ambiente dove la comunità consumava i pasti dopo un lungo rituale, e pertanto frequentato, salvo rare eccezioni, esclusivamente dai frati” – afferma l’autrice.

L’ultima parte del testo analizza più da vicino i testi biblici di riferimento che fornirono a Leonardo da Vinci l’insolita iconografia delle pietre-castone, e ne propone un’interpretazione più profonda, in relazione non solo all’ambito religioso di appartenenza, ma alle Realtà future, alla vita che ci attende dopo l’esperienza umana.

(a cura di Carlo Gaeta con la collaborazione di Antonella Galimberti)


Per ulteriori informazioni e per visionare i prossimi incontri con l’autrice già in programmazione: http://genialtutor.com/works/leonardo/

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